del porre in discussione il senso di appartenenza…

20 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
del porre in discussione il senso di appartenenza…

Porre in discussione l’opera di un militare o del suo livello superiore non significa rinnegarne le qualità operative o il valor di Patria.

Rappresenta invece una opportunità per evitare che un reparto possa diventare il miglior alibi per chi nelle istituzioni trova rifugio per le proprie condotte criminali.

La difesa corporativa e quella “del proprio ufficio” non giova ne alla ricerca di una verità ne alla reputazione del reparto stesso.

Chi ha puntato il dito verso un collega o ex collega, assumendosene tutte le responsabilità ad ogni effetto di legge, sia indicandolo come presunto autore di un reato che come potenziale testimone di una strage, non è un infame, come viene invece denigrato bensì un cittadino, in servizio o meno, che si assume il carico delle conseguenze della propria scelta in favore di chi conduce una indagine, depistata anche dall’omertà corporativa.

Di fronte all’omicidio di un collega oppure ad una strage, il silenzio e l’omertà non hanno niente in comune con la tutela di un segreto o la difesa del buon nome del reparto.

La differenza fra un risorsa dello Stato in uniforme che dona la propria vita alla ragion di Stato, ed uno strumento spendibile per chi nello Stato ne abusa “il credo” si identifica nella capacità di ogni singolo operatore di porre in discussione la qualità di un ordine e gli obiettivi di un incarico riservato.

Un buon soldato è anche colui che riconsegna il proprio amato basco nelle mani dello Stato per non essere complice di chi confonde la fierezza di indossarlo con la vigliaccheria di nascondere nel suo valore le azioni criminali che hanno causato o con-causato la morte di altri…

F.P.