Sono un educatore con un indirizzo specializzato da tanto tempo, ho iniziato a lavorare con le disabilità sin dalla fine degli anni ’80 quando compresi che la mia esperienza della carriera militare in uniforme era conclusa e che le collaborazioni con le amministrazioni dello Stato erano condizionate da ciò che poi avremmo conosciuto essere la falange armata, sulla quale scriverò ancora per meglio fisicamente definirla oltre la sola sigla, motivo per cui mi sono costruito una professione diversa e del tutto distante dalla bellezza del fisico e dell’immagine dell’ardimento e, dal meglio del meglio, ho scelto di confrontarmi con il “peggio del peggio”.
Il mio nome lo si legge in numerose attività educative anche pubbliche in collaborazione con gli enti locali sin dal 1992, quando ancora era pioneristico portare in acqua i disabili altre la sola trisomia 21, come gli affetti dallo spettro autistico ed i cosiddetti “psicotici gravi” per indicarne le polipatologie mentali con serie complicanze in termini di relazione con sè stessi e con gli altri, ovvero quelli che fino a poco tempo prima erano chiusi nei manicomi oppure facevano parte del “sommerso” all’interno di quelle famiglie che non avevano modo di permettere ai loro figli un serio inserimento scolastico o sociale.
Anche prima di trasformarlo in un lavoro avevo fatto il volontario sin dal 1983 e durante il periodo in uniforme, non solo come soccorritore sulle ambulanze ma anche nei centri in cui si tentava di dare seguito alla presa in carico territoriale dopo la chiusura del manicomi, per chi se lo ricorda parlo della “180” la legge Basaglia del 1978, in realtà mai realmente soddisfatta e per questo ci trovammo un congruo numero di “malati mentali” nelle strade e tra questi coloro accolti nelle prime comunità che il più delle volte erano un manicomio più gentile, fino a quando vi è stato un progressivo miglioramento generale e la presa di coscienza della società delle reali necessità relazionali e sociali del mondo dell’handicap, pur con pregiudizi e timori ancora oggi presenti.
Ho sempre usato prevalentemente le piscine ed il mare come laboratorio psicomotorio e sociointegrativo, tra acquamotricità ed immersioni subacquee quando, ancora, lo sport per disabili era una rarità o perlomeno dedicato quasi esclusivamente ai cosiddetti “down” lasciando ai margini gli intellettivi e relazionali gravi mentre con quel pizzico di coraggio che mi ha sempre caratterizzato scelsi di imporre con tutta la grinta possibile “i miei matti” sbavanti ovunque e mai fermi con la testa o con le mani fino a quando, magicamente, messi in acqua, tornavano in una sorta di confortante placenta trovando subito una immediata sensazione di benessere.
Nel corso dei decenni ho incontrato molta reale solidarietà verso l’handicap ma anche ed invece tanta strumentale egoistica forma di solidarietà sfruttando sia la disabilità che il disagio in generale da parte di chi “si vestiva di buono” ma riferendo sempre e solo a sè stessi, al proprio ego ed alle necessità di ripulirsi la coscienza con le sofferenze altrui, al netto di chi ha visto nella disabilità una importante fonte di guadagno tra progetti di carta ed associazioni finte.
Ho avuto l’opportunità di gestire e dirigere delle comunità in cui lavoravano altri educatori, psicologi e neuropsichiatri infantili e, chiunque abbia vissuto quel periodo, ben ricorda che il lavaggio dei culi era un obbligo per tutti, me compreso, fino ai dottoroni, nessuno escluso. Perchè se vuoi comprendere realmente il significato del disagio devi inevitabilmente sporcarti le mani di “merda disabile”, perchè la merda handicappata ha tutto un altro olezzo rispetto a quella normodotata, è più sincera, priva di tabù, estremamente significativa sotto tutti gli aspetti.
Tra pochi giorni inizierò una collaborazione con una struttura francese, iniziando dal basso nonostante i decenni di esperienza, perchè con la disabilità non vi sono gerarchie di sorta.
Posso affermare infatti che in alcuni casi ha risolto più un oss che cambiava il pannolone ad un disabile con una dolcezza ed una spontanea capacità di connessione umana che tutti i progetti psicomotori attuati, come altre volte proprio la “merda handicappata” nelle mani dei dottoroni ha consentito loro di meglio comprendere la sfera familiare e sociale dei pazienti.
Ho rinunciato ad altre allettanti proposte non perchè non mi piacciano i soldi, e ne abbiamo chiaramente bisogno, ma per quel senso di libertà che provo quando sono insieme ai miei matti, tra sport e scurregge vestite utili a ricordarmi che Fabio Piselli non è solo un caso o un personaggio parte di un percorso storico giudiziario nei fatti accaduti tra il 1985 ed il 1995 ma, anche e soprattutto, un educatore.
Ho una piccola impresa autonoma con la quale cercherò di integrare altre fonti di guadagno ma, se debbo essere sincero, tornare nel mondo dei matti, quelli veri, quelli con il caschetto in testa perchè colpiscono tutto e tutti, quelli ai quali nemmeno le doccie di clozapina servono a qualcosa, quelli che a guardarli fanno paura ma, quando li metti in acqua (cosa non sempre facile da fare), trovano pace, mi rende felice.
Felice soprattutto di non aver bisogno dei matti per sentirmi normale, felice di non sfruttare il disagio altrui per elogiare me stesso e felice in particolar modo di non far finta di essere solidale e generoso con chi spesso non può rifiutare l’aiuto, utile per camuffare il pezzodimerdismo diffuso…
F.