dallo stay behind al coming out, il contenitore Gladio e le sue fuoriuscite…

10 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
dallo stay behind al coming out, il contenitore Gladio e le sue fuoriuscite…

Nel corso di questi ultimi anni sono stato contattato da alcuni giornalisti fra quelli che si sono occupati dei vari casi e dei misteri che riconducono nelle ipotesi giornalistiche ed investigative alle strutture clandestine italiane, presumibilmente coinvolte nelle tante stragi e negli omicidi cosiddetti “di Stato” ancora irrisolti da parte delle autorità giudiziarie procedenti.

Giornalisti coi quali ho avuto dei confronti su questi temi, a volte trovando delle reciproche convinzioni altre volte invece degne di maggiori approfondimenti, fra cui vi è stato chi mi ha chiesto se fossi stato un operatore della CIA perchè aveva ricevuto delle confidenze da altri, sedicenti, miei ex colleghi in tal senso, dando per scontato che avessi fatto parte di Gladio.

Premetto che non ero parte della Gladio e non sono mai stato un agente della CIA ma ho partecipato in alcuni periodi compresi fra il 1985 ed il 2007 a delle attività in collaborazione con dei soggetti italiani ed americani parte facenti di uffici di polizia e di intelligence dei loro paesi, presumibilmente riconducibili individualmente nelle loro persone anche alla DIA e non alla CIA ed anche a Gladio anche se nei miei confronti si sono qualificati sempre e solo come appartenenti ad un ufficio di polizia giudiziaria, militare o d’intelligence ufficialmente ricoperto, sulla cui collaborazione ho sempre lasciato traccia in favore degli inquirenti.

Quando, sia nelle sedi giudiziarie che nel colloquio con degli avvocati o con dei giornalisti, ripeto il tenore della domanda che ebbi a somministrare al mio livello superiore fra la fine degli anni ottanta ed i primi anni novanta, ovvero ho sostanzialmente chiesto...”per chi sto lavorando?”. Intendo spiegare la confusione che alcuni di noi si sono trovati a vivere per i motivi che di seguito spiego in ragione dei quali è iniziata, per i più autonomi, una messa in discussione sia della scelta di vita compiuta, come la carriera militare o di polizia, sia le singole attività operative condotte su delega ordine o mandato del proprio livello superiore, specialmente quando queste erano indirizzate verso altri appartenenti alle amministrazioni delle Stato.

Contestualmente ho iniziato a prendere appunti ed a lasciare traccia in favore della magistratura su quanto ero stato chiamato a fare sia nello status di militare, sia come civile che come consulente ausiliario di polizia giudiziaria.

Ho perciò partecipato a delle singole attività gestite da questi funzionari delle amministrazioni dello Stato, in particolare da militare ed appena dopo il congedo, all’interno di un dispositivo sul quale ho chiesto a suo tempo alla magistratura di svolgere delle indagini per capirne sia gli scopi che la genesi e se fosse o meno riconducibile a quelle strutture clandestine poi identificate nell’area Gladio.

Porre una simile domanda non rappresenta solo il contenuto di un confronto con un superiore di fronte ad un caffè fra amici, rappresenta invece un sintomo di destabilizzazione proveniente da un livello inferiore, che possiamo definire una manovalanza qualificata, inaspettato specialmente se proveniente da un ragazzino in uniforme apparentemente immerso nella mentalità e nella psicologia militare perchè da quando aveva solo 16 anni si era arruolato alla scuola sottufficiali dell’esercito e perciò apparentemente manipolabile.

Sono trascorsi quasi trentacinque anni nel corso dei quali oltre alla naturale maturazione evolutiva ho raggiunto la piena consapevolezza della mia “storia”, sia per esigenze personali sia per affrontare i quesiti che mi sono stati somministrati da più autorità giudiziarie.

Ho condotto anni di ricerche, naturalmente empiriche ma caratterizzate da una ampia raccolta documentale e testimoniale oltre alle confidenze di alcuni ex colleghi che, ove l’ho ritenuto necessario, ne ho reso partecipe l’AG procedente una inchiesta, assumendomene le complete responsabilità ad ogni effetto di legge e morali anche di fronte a coloro che si sono sentiti “traditi” dopo aver saputo che li avevo segnalati alle procedenti AA.GG. come potenziali memorie testimoniali rispetto ad un evento di interesse giudiziario ancora in essere.

Molti sono i colleghi morti, uccisi in modo brutale, indotti al suicidio oppure entrati ai confini del crollo psicotico, come molte sono state le vittime innocenti di un periodo che mi sono trovato ad osservare sia come cittadino di questo Stato che come strumento di un dispositivo al quale non ho mai saputo dare un nome, inteso come struttura o organizzazione, ma ho fornito i nomi di coloro con cui mi sono progressivamente interfacciato nel corso degli anni, ovvero soggetti che incontravo all’interno delle sedi istituzionali fra caserme, questure, procure e non al bar dello sport.

Mi sono chiesto se sono stato a vario titolo complice di chi, nello Stato, ha condotto quelle attività che hanno portato alla morte sia dei singoli colleghi, sia delle vittime innocenti ma anche di quei funzionari dello Stato uccisi nelle stragi.

Complice, laddove ho condotto una attività ad ordinamento cellulare su delega di chi era chiaramente un funzionario dello Stato e non un sedicente tale, che poi si ricollega ad un evento divenuto oggetto di indagini perchè inserito in fatti eversivi o stragisti ed imputati alle cosiddette “deviazioni”.

Il quale agisce la pronta reazione con gli strumenti del suo ufficio intenta a delegittimare ogni fonte testimoniale in tal senso, tramite le informazioni di polizia o di intelligence inducenti ad attribuirne una forte valenza denigratoria, sviluppando delle false accuse a tavolino fino alla minaccia ed alla eliminazione fisica. Parlo di soggetti in seno allo Stato che ne sfruttano il ruolo, sia per tutelare degli interessi di un livello ad oggi ancora sconosciuto che per contribuire alla tenuta di un segreto che tale deve rimanere.

Quando mi sono arruolato, nel 1985, ero un ragazzino minorenne ma non ignaro del mondo che mi circondava, specialmente grazie ai miei parenti che lavoravano sin dal 1948 all’ambasciata americana nel settore militare, motivo per cui avevo un confronto amicale diretto con qualche ufficiale e sottufficiale delle forze armate americane che operava sia al DAO che nella DIA (defense intelligence agency) il controspionaggio militare americano.

Il mio rapporto con la base di Camp Darby nasce direttamente da questi contatti e, presumibilmente, la mia singolare carriera militare è stata condizionata proprio per essere stato inserito in un dispositivo sul quale come ho detto ho chiesto sia alla autorità giudiziaria che politica di indagare, perchè presumibilmente riconducibile a quanto era in essere proprio dentro Camp Darby fra le strutture americane ed i militari italiani con l’estensione ad alcuni civili.

Parlare di Gladio non significa nulla se non se ne comprendono le ramificazione e gli impieghi anche in funzione extra-istituzionale, oltre al suo ruolo nella NATO per come fino ad oggi ci è stato fatto sapere.

Occorre quindi ipotizzare che la Gladio italiana era un contenitore dal quale sono fuoriusciti gli operatori di volta in volta impiegati per le operazioni di istituto, non ortodosse, ma anche per quelle attività riconducibili ad un interesse sovranazionale protese a contenere un interesse strategico anche tramite il porre in essere un reato, un omicidio, una strage che, se vista in chiave politica assume il valore di “ragion di Stato” ed offre un alibi giustificativo del sangue di molti innocenti.

Chi erano quindi questi operatori impiegati per scopi definiti destabilizzanti? dei militari? dei civili? dei mafiosi? dei terroristi?

I quesiti sopra esposti mi hanno spinto a farmi quella domanda, ovvero “per chi sto lavorando?” Specialmente nel momento in cui prendo sin da quando indosso una uniforme progressivamente coscienza di essere stato inserito in un dispositivo meno ortodosso, che non è chiaramente Gladio ma si interfaccia con degli ufficiali e dei sottufficiali che in Gladio gravitano ed appartengono allo stesso reparto nel quale ho prestato servizio nel corso della mia singolare carriera.

La risposta a quel quesito mi fu fornita tramite i ferri che mi misero ai polsi per essere posto in prigionia nel 1988 e questa è stata la ragione originale delle mie ricerca, ovvero la ricerca delle ragioni per dimostrare non solo la mia innocenza ma anche chi e perchè ha sviluppato delle false accuse.

Il decennio 1985-1995 contiene nei suoi anni bui i motivi per approfondire quelle ricerche ancora prive di un valore investigativo diverso dal solo interesse privato o giornalistico, necessario per donare un valore giudiziario e politico tale da elaborare il trauma di una verità nascosta in tante presunte verità mai provate o rese nebulose da depistaggi ed inquinamenti provenienti da ambienti dello Stato.

Quale è il senso di un segreto perciò, se rapportato alla esigenza della verità che una collettività necessita per conoscere i fatti e riconoscere le responsabilità; quale è la sua ampiezza e la sua gravità se è tutelato anche con la morte di chi ne indaga i contenuti.

Gladio contiene i tratti di molti segreti, nasconde taluni responsabili di fatti di sangue che si giustificano con il solo aver eseguito degli ordini superiori o con la ragion di Stato ma credo che sia giunto il tempo di spogliarsi di questo alibi e chiederci, tutti quanti, se siamo stati o meno complici di una strage come quella di Falcone per esempio che su Gladio aveva puntato alcune indagini conoscitive, specialmente dopo i fatti dell’Addaura.

Dare del millantatore o del mitomane a chi si espone assumendosi anche delle responsabilità sotto vari profili è un esercizio facile, ma nel frattempo sarebbe opportuno valutare quanto denuncia e con quali elementi prima di annullarne la voce con qualche informativa riservata.

Il confronto collettivo che ho scelto di offrire con questo Blog mira soprattutto a stimolare le coscienze di chi ha vissuto quel periodo terribile, non solo l’interesse di una collettività resa pigra da una omologazione indotta anche dalla strumentalizzazione della paura.

Sono certo che alcuni miei ex colleghi ora in pensione o ai confini della fine della carriera, siano depositari di memorie assolutamente indispensabili per comprendere l’entità di quella “nozione di sistema” che di Gladio ha fatto un contenitore ad uso e consumo di interessi diversi dal giuramento che abbiamo fatto in favore della collettività che forma lo Stato.

Sono sicuro che il migliore atto di eroismo per un militare sia quello di permettere alla collettività di conoscere quei segreti che, forse, lo hanno reso prigioniero per tutta la sua carriera.

Sono cosciente di parlare di una utopia, anche perchè rappresento uno degli esempi della “fine” che rischia di fare un militare o un ex militare che tocca qualche ganglio ancora troppo nervoso.

La coscienza è un fatto intimo ma per un attimo dovremmo essere forti abbastanza da andare oltre noi stessi, per ricordarci i corpi dei cadaveri uccisi nei teatri di guerra, dall’Africa alla ex Jugoslavia e nei paesi in cui si camuffano gli interessi di pace e di democrazia con la tutela di un potere ora racchiuso in poche menti, forse raffinate, che tanti definiscono in più modi ma ne espandono il confine a livello mondiale.

Ricordarci anche i corpi straziati degli uccisi nelle stragi del nostro paese, dai bambini di Pizzolungo ai magistrati ed ai poliziotti di Capaci e via d’Amelio.

La morte per chi ha avuto una esperienza in un teatro bellico diventa un fatto abituale, quasi ignorato nell’immediatezza dalla coscienza come un meccanismo difensivo per non impazzire di fronte a tanta distruzione, alla quale un militare partecipa sia in chiave offensiva che difensiva.

Un militare perciò pone in conto di poter uccidere o essere ucciso in un teatro bellico sin da quando sceglie la carriera come professione, si addestra per questo ed assume una mentalità operativa in tal senso; diverso è, però, il caso di una guerra segreta che ne sfrutta le capacità ed il dovere del segreto nel momento in cui è cooptato all’interno di eventi che causano la morte di civili innocenti e funzionari dello Stato, anche suoi colleghi.

Obbedire ad un ordine non significa lealtà al reparto o alla istituzione se quell’ordine rappresenta un fatto-reato o a questo può essere ricondotto.

E’ inutile parlare di onore, di fedeltà, di ardimento quando non si ha il coraggio di superare i propri individuali vantaggi di carriera o di altra natura e porre tutto a rischio coscienti che, per fare un esempio, sulla strada per Pizzolungo potevano esserci nostra moglie coi nostri figli saltati in aria mentre una entità ha cercato di uccidere il giudice Carlo Palermo.

Questa è la coscienza collettiva di cui parlo oltre le singole scelte individuali di un operatore dello Stato che potrebbe ancora fornire le sue memorie di quel periodo…

F.P.