dall’indifferenza alla morte altrui alla difesa delle proprie sofferenze…

12 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
dall’indifferenza alla morte altrui alla difesa delle proprie sofferenze…

Da quando siamo tornati a vivere in provincia di Imperia ho ripreso qualche collaborazione coi locali francesi che avevo già allacciato negli anni precedenti, sia quando vivevamo a Nizza che al confine con Menton, piccole cose per ora nella speranza di vederle crescere con l’arrivo della stagione turistica.

Ho avuto modo di incontrare un amico che nella strage di Nizza avvenuta il 14 luglio del 2016 ha perduto un proprio caro, col quale ho potuto scambiare qualche riflessione rispetto ai tempi del dolore, all’elaborazione del lutto collettivo e personale e soprattutto al comportamento sociale di fronte alla sofferenza.

Gli eventi tragici che colpiscono l’opinione pubblica vedono dei momenti di immediata partecipazione per l’impatto emotivo che ne consegue, seguiti poi solo da una progressiva opera di mantenimento della memoria dei fatti da parte dei protagonisti, dei parenti superstiti delle vittime oppure dei pochi giornalisti o attivisti sociali che tentano di sensibilizzare la collettività alla ricerca di una verità o nel capire gli eventi nel loro quadro più ampio trovando così l’interesse di chi supporta la loro lotta oppure desidera solo partecipare alle “verità sulle stragi”, esserci sostanzialmente.

Si riduce invece il coinvolgimento della c.d. società civile nella partecipazione alla sofferenza di chi ha perduto un proprio caro in una strage o ne porta addosso le conseguenze fisiche e psichiche, non tanto per un menefreghismo generalizzato quanto per l’abitudine alla morte (altrui) alla quale rischiamo di assuefarci, perdendo in questo modo il valore umano delle relazioni e del dolore.

Viviamo in una epoca in cui il dolore, la sofferenza, non sono più vissuti come un fatto umano appunto ma sempre più spesso come una proprietà oggettuale e non più emotiva, una identificazione strumentale utile a riconoscersi in un fatto patito e non più nelle emozioni causate da un evento doloroso; tanto è elevato infatti il bisogno di vittimismo che taluni si proiettano nella morte altrui confusi fra l’umana solidarietà e le proprie dinamiche psicologiche.

Chi, a vario titolo, ha potuto vivere un tragico evento del genere, ha compreso il significato umano della morte di una persona, cara o sconosciuta, attraverso l’osservazione del cadavere o dei suoi resti, reperti di una vita perduta, distrutta, che parlano sia sotto il profilo squisitamente investigativo che emotivo, umano.

E’ psicologicamente impattante, strana e talvolta irrazionale la reazione che si agisce di fronte ad un corpo privo di vita, diverso dalla salma di una morte naturale perchè straziato da una raffica di mitra, da una esplosione, da un camion che lo ha travolto, dal fuoco che lo ha carbonizzato, specialmente quando i corpi sono tanti ed in poco spazio sui quali si rischia di camminare o di trovarsene purtroppo i resti addosso.

Chi ha potuto per ragioni diverse esperire un evento di questo tipo, sia nei teatri bellici che nella società civile, ha imparato a riconoscere quanto la nostra mente ci consenta di difenderci di fronte alla morte ed ai fatti che l’hanno causata, attivando delle risorse latenti che non sapevamo di avere oppure il panico puro verso il quale ci scopriamo vulnerabili.

Fatti quindi che ci pongono di fronte ad una riflessione generale e personale, alla messa in discussione degli eventi e di noi stessi, al dovere di gestire i meccanismi difensivi che attiviamo e di cui non sempre siamo pienamente coscienti.

Quanto sopra è il sunto delle azioni e della reazioni di eventi non preventivati, salvo chi lavora a rischio di esporsi in tal senso, diverso è invece il desiderio sempre più diffuso di andare a cercare la visione della morte altrui, desiderare di partecipare nei pressi di un evento tragico, inseguire i casi giudiziari che ne conseguono come protagonisti e non come sensori sociali dei loro sviluppi, ovvero attenti cittadini consapevoli del dramma patito dai singoli protagonisti fra le vittime ed i loro familiari che necessitano proprio dell’attenzione collettiva e, non tanto, di una sorta di tifo pro parte.

La morte altrui è diventata parte di un rituale sociale che rischia di de-umanizzare le vittime, di de-personalizzarne la vita ed il vissuto, di trasformare il dolore che nasce da un evento traumatico e tragico in un oggettuale strumento di compensazione della vittimizzazione individuale in favore di chi, di fatto, nulla c’entra con quegli eventi se non nel ruolo che dovrebbe avere, quello di partecipazione collettiva, invece trasformato in identificazione personale, col rischio di incontrare qualcuno che si scatta un selfie coi cadaveri perchè ha avuto “la fortuna” di trovarsi nel luogo di un fatto e ne pubblica le foto su Facebook o in qualche altro social.

Nei casi in cui proprio l’assenza di una verità, specialmente nel nostro strano paese, richiamano il coinvolgimento della società civile, vi è la necessità di attribuire al supporto di una lotta dei protagonisti di un evento tragico un nome, una sigla, un colore, un fregio sociale che ne identifica la lotta stessa e ne caratterizza la strage, l’omicidio o il mistero dell’assenza di una verità, una dinamica del tutto naturale per catalizzare la sensibilizzazione della società civile, per ricevere il supporto alla propria lotta che ormai ha trovato delle forme inter-associative tante sono le organizzazioni di superstiti che cercano la verità sulla morte dei loro cari che si uniscono in un percorso comune.

Dovremmo tutti noi riflettere sul significato emotivo della sofferenza, non più vista come un timore da allontanare o un polo identificativo personale, bensì come una opportunità di crescita che il destino pone di fronte per cause naturali o per tragici eventi stragisti; parlo di crescita individuale e sociale utile a rinforzare quella pietas invece confusa nella vittimizzazione della sofferenza stessa che si trasforma nella peggiore calamita che attrae il protagonismo del e nel dolore e non la consapevolezza della sofferenza.

Temo che una simile assuefazione alla morte traumatica, alle stragi, ai misteri giudiziari, possa sviluppare solo il bisogno di esserci nelle personalità più fragili, nel paradosso di incontrare persone che si faranno i complimenti per aver partecipato a qualche corteo di sensibilizzazione, sperando prima o poi che qualcuno gli uccida un parente per diventare il protagonista dei tanti programmi televisivi che trattano i fatti di cronaca…

F.P.