dall’ 11 marzo 1988, le sbarre dentro…

11 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
dall’ 11 marzo 1988, le sbarre dentro…

Un delinquente quando l’arresti ti dirà che lo hanno messo dietro le sbarre ma, se ad essere arrestato è un diciannovenne incensurato che non ha nessun mentalità del delinquente, ti dirà che gli hanno messo le sbarre dentro.

Le sbarre dentro rappresentano quel trauma emotivo che personalmente vivo da trentuno anni e se sono riuscito col tempo ad elaborare quello psicologico, meno riesco a contenere la sofferenza delle emozioni della mia libertà.

La mattina dell’11 marzo 1988 mi furono messi i ferri per un presunto reato denunciato nel 1986, arresto cautelare fu definito quello nei miei confronti, all’epoca ero un ragazzo di 19 anni anagrafici, in licenza dalle armi da poche settimane dopo aver svolto la carriera militare sin dal 1985.

La custodia cautelare la si applica per il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove che nel mio caso, a distanza di quasi due anni dai presunti fatti, fu siglata tramite un mandato di cattura firmato da un magistrato che sarà egli stesso poi arrestato, per essere un giudice corrotto e condannato in via definitiva come tale.

La privazione della libertà fisica, contenuta in un contenitore di persone come lo è una prigione, si riesce a tollerarla con l’adattamento psicologico, con il carattere e con l’intelligenza ma, diverso, è il sequestro delle emozioni della libertà contro il quale non vi è alcun riscatto utile per poterle liberare.

Provenivo da una singolare carriera militare, dai parà, ero quindi un diciannovenne che da quando ne aveva sedici di anni ha indossato una uniforme ed ha vissuto delle esperienze diverse dai propri coetanei, questo mi ha aiutato ad affrontate la prigionia come una sorta di “missione” e di addestramento alla gestione dello stress tanto che scherzando dico sempre di avere svolto un corso “s.e.r.e” dal vivo.

Il trauma delle sbarre innocenti non è rappresentato dalle umiliazioni, dalla de-personalizzazione della tua identità, dalle botte e dalle vessazioni oppure dal vivere dentro una gabbia vera e propria, quanto dalla lotta che sei costretto a fare con te stesso per non perderti, per restare vivo, per mantenere quella dignità morale ed emotiva che invece proprio essere un prigioniero ti annulla, ad iniziare dal dover chiamare una guardia col termine “superiore” alla quale chiedere di fare la “domandina” per ogni esigenza.

Il trauma emotivo non lo elabori con il ritorno alla libertà una volta uscito da quella gabbia, perchè è l’emozione della libertà che non torna in te, sei libero di muoverti e di vivere la vita come meglio desideri ma, dentro, hai sempre quelle sbarre che ti hanno imposto sopra la capacità di comprendere le emozioni che la vita ti consente di esprimere e di condividere.

Le complicanze psicologiche che un innocente patisce dopo una simile esperienze si identificano negli incubi per qualche tempo, nel sentire i colpi di martello contro le sbarre ed il rumore della chiusura della blindata di tanto in tanto, nel prendere costantemente nota dei luoghi e degli orari per avere un alibi nel caso un altro giudice corrotto avesse voglia di firmare un mandato di custodia cautelare dopo due anni da un presunto fatto-reato.

Il trauma emotivo è stato invece quell’enorme zaino che ancora mi affardella, nonostante i cinquanta anni superati e la mia meravigliosa Famiglia, perchè hanno sporcato la mia libertà, l’hanno violentata, umiliata, ridotta ad un oggettuale presenza dentro una gabbia da contenere con la coercizione, con le vessazioni e soprattutto col costante timore di non sapere quando quella gabbia si sarebbe aperta.

La vita pratica di tutti i giorni la si riprende, nel mio caso rientrai nel settore della sicurezza soprattutto all’estero, per poi tornare in Italia e dedicarmi allo sport per disabili ed alle consulenze in tutela dei minori e per la polizia giudiziaria col valore aggiunto di lavorare dentro una procura o una caserma dei carabinieri in cui riuscire ad acquisire notizie e prove per dimostrare la mia innocenza oltre che assistere all’arresto prima ed alla condanna definitiva poi, anche se per fatti diversi dal mio, di quel magistrato corrotto che firmò il mandato di cattura ma, in realtà, non provai nessuna soddisfazione.

Le sbarre dentro sono un trauma in prestito che cresce con te, ad iniziare da senso di colpa per quanto hai subito e per le sofferenze patite dai tuoi genitori, che ti costringe a dover lottare contro i tuoi stessi meccanismi auto-distruttivi per riuscire a convincerti di essere “giusto” e meritevole di amore.

La privazione della libertà fisica è una parentesi temporanea terribile ma non difficile da superare una volta tornati alla vita normale, fuori le sbarre quindi, ben diverso è invece il recupero della qualità emotiva di quella vita normale che tale non è più perchè le sbarre dentro pesano su ogni emozione che desideri esprimere e coltivare, difficili da comprendere e da spiegare ma ci sono e si fanno sentire, sempre.

Quando mi dicono chi me lo ha fatto fare di restare a lottare per dimostrare la mia innocenza, quando avrei potuto vivere in uno dei tanti paesi all’estero in cui ho lavorato, rispondo che sono tornato ed ho lottato non tanto per dimostrare agli altri di essere innocente ma per ritrovare la mia innocenza, quella delle emozioni, della capacità di riuscire a superare la freddezza negli occhi, l’apatia nella sofferenza e nei sentimenti, la perdita del sorriso che mi ha accompagnato per alcuni anni dopo la prigionia.

Sono libero non perchè i miei polsi sono privi di ferri, ma per essere riuscito a sconfiggere il dolore, il rancore, l’odio che prende possesso di te quando subisci la tortura della prigionia da innocente, aggravata dalle azioni di chi usa quella esperienza come potenziale strumento di ricatto.

Sono libero perchè non sono ricattabile e, questa, è la più bella emozioni che vivo e che dono alla mia Famiglia…

F.P.