dal piacere di apparire al superare il bisogno di dimostrare qualcosa…

18 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
dal piacere di apparire al superare il bisogno di dimostrare qualcosa…

Negli anni settanta, un compagno di giochi mi mostrò la sua Polaroid e quello fu il primo “selfie” della nostra vita, che al tempo si chiamava “autoscatto” e, mai, avrei creduto che qualche decennio dopo avrei potuto scattare migliaia di foto così facilmente anche con un telefono senza frugarmi le tasche per cercare un gettone.

Oggi la comunicazione ha raggiunto il ruolo di “vettore di un essere”, senza necessariamente veicolare un significato. Nulla di sbagliato ma occorre comprendere che cosa vogliamo dire, e dirci, con quel nostro essere rappresentato dall’apparire.

Osservare la propria immagine è educativo per chi è capace di confrontarsi col riflesso della propria realtà, rispetto a chi invece vi proietta solo il desiderio di camuffare quel che non vuol vedere. Ma non è un dovere quello di essere reali o veri, perchè ognuno ha le proprie dinamiche relazionali ed i meccanismi psicologici che influenzano il confronto con la società, con gli altri da noi.

In molti, osservando la propria immagine, riconoscono un altro da se e non se stessi, motivo per il quale si rischia di migliorare la sola immagine abbandonando ogni investimento nella persona e nella capacità di porre in discussione quel che la propria immagine riflette.

Pubblicare una nostra foto ci consente oggi di comunicare chi siamo, il nostro stato d’animo e quel che desideriamo indurre ad interpretare proprio con una immagine, sia coloro più poetici e sensibili che la mera espressione di un corpo sinuoso o lo sguardo aviopelvico da parte di decine e decine di donne e ragazzine che assumono un atteggiamento che talvolta può sembrare ridicolo ma ha invece un profondo significato sociologico e psicologico nelle relazioni sociali.

La domanda che spesso mi rivolgo nel pubblicare una immagine mia o della mia Famiglia mira a permettermi di riconoscere la differenza fra il desiderio di apparire e di riconoscermi, oppure il bisogno di dimostrare qualcosa agli altri e, non sempre, ho una risposta immediata.

Apparire consente di essere e sentirsi parte del “gruppo” comunità, anche virtuale, utile a comprendere il valore della solitudine ed i vantaggi dello stare insieme nelle forme che le opportunità permettono e, ormai, basta un cellulare per restare in contatto col mondo interno ovunque ci troviamo.

Paradossalmente vivo in una remota borgata ove per fare la spesa debbo spostarmi con l’auto e fare alcuni chilometri ma posso, restando a casa, dialogare con gli amici neozelandesi o sudafricani, per questo temo molto di più un guasto al furgoncino che la perdita del segnale.

Potremmo credere che abbiamo perduto il senso della riservatezza ma non è così perchè il divulgare i nostri dati, le nostre abitudini, il nostro vivere è parte delle relazioni sociali, elementi certamente di interesse di un marketing associato ai media e questo ci induce a modificare le abitudine e tutelare la privacy.

La riservatezza è un concetto importante ma non deve essere strumentalizzato e confuso con la riduzione dei confronti sociali, anche tramite il piacere di mostrarsi nella misura nella quale le singole intelligenze e la cultura permette di fare.

L’importante è restare fedeli al buon senso che ci permette di non superare i confini del dimostrare, altrimenti si diventa preda della frustrazione e di quelle dinamiche tipiche del gregge, privati quindi della più importante forma di riservatezza, ovvero l’intelligenza e la capacità di autonomia nel trarre un significato dai confronti e dalle esperienze.

I miei figli sono ancora piccoli ma stimolati dallo spippolare un cellulare o il computer e per questo, noi genitori, dobbiamo educarli a gestire un strumento che sarà fra qualche anno parte della loro giornata, riconoscendone i vantaggi ed i tanti rischi.

In buona sostanza il progresso ci ha consentito di essere ovunque restando a casa, dovremmo ora capire cosa farne di queste opportunità, per non fare la fine di quello che aveva una Ferrari col pieno di benzina ma faceva solo vroom vroom con la bocca, perchè non sapeva guidare…

F.P.