dai ragazzini della “guerra fredda” alla rinuncia delle intelligenze, fra Lodo Moro e fronti di liberazioni palestinesi..

9 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
dai ragazzini della “guerra fredda” alla rinuncia delle intelligenze, fra Lodo Moro e fronti di liberazioni palestinesi..

Ho avuto la fortuna di assistere in diretta alla caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989, esperienza che mi ha permesso di meglio comprendere quella storia nella quale ero immerso pienamente, sia per età anagrafica che per la scelta di vita che avevo compiuto alcuni anni prima, quella di entrare in carriera militare.

Gli anni di piombo hanno caratterizzato l’evoluzione di tutti coloro nati fra la metà degli anni cinquanta ed i sessanta ed anche il mio stesso percorso che, da bambino in una Livorno “rossa”, mi ha portato ad essere un giovanissimo adolescente in uniforme con una spinta politica verso il Fronte della Gioventù; idea politica che con la maturità ha raggiunto un pensiero più liberale ed umanista abbandonando di fatto le sole ancore della destra e della sinistra.

Mi sono infatti arruolato che non avevo ancora compiuto 17 anni, confrontandomi soprattutto coi miei colleghi più grandi (nati fra il 1955 ed il 1964) che negli anni settanta avevano rappresentato quei “ragazzini” che, specialmente a Roma, rimbalzavano da una sigla all’altra delle varie fazioni in lotta per “giocare alla rivoluzione” massacrandosi di botte fra neri e rossi anche solo per indossare un capo di abbigliamento che ne identificava l’indirizzo politico, oltre a chi ha invece abbracciato la lotta armata finendo nel gioco grande del terrorismo, Fioravanti e Mambro ne rappresentano l’icona generazionale come esempio fra tutti.

Gli anni di piombo si incorniciano fra il 1969 ed il 1988 ed il caso Moro rimane quel passaggio fondamentale che ancora oggi merita una profonda e seria analisi (specialmente nel suo “Lodo”) per comprendere quanto questo abbia significato per il nostro paese Italia, importante Anello di congiunzione di un interesse sovranazionale trasformato in un teatro di eventi terribili che proprio nella morte di Aldo Moro vi è la memoria collettiva ma anche il passaggio al livello superiore di una politica che solo nel 1994 troverà la realizzazione di una Rinascita, sostanzialmente inseguita sin dal dopoguerra da chi nell’anticomunismo sovietico ha trovato un ampio alibi.

La mia prima busta paga ha avuto quindi il timbro dello Stato, che mi ha formato nelle sue scuole militari fino alla Brigata Paracadutisti Folgore in cui stava nascendo la FIR (forza di intervento rapida) del Col. Monticone (poi noto per la faccenda di “lady golpe”). Ho vissuto a stretto contatto con le forze armate statunitensi a Camp Darby quell’essere parte della NATO e della AMF (Allied Mobile Force) oltre ai parenti che lavoravano nel settore militare dell’ambasciata americana di Roma (DAO-DIA) in cui il pensiero anti-sovietico era una dottrina vera e propria ed alla fine, dopo un percorso militare definito da alcuni magistrati anomalo, sono giunto a Berlino da civile inserito in una organizzazione di consulenze nel settore della sicurezza, su cui scriverò un futuro articolo.

La caduta del Muro se ha rappresentato la fine dei blocchi contrapposti non ha dato termine alla NATO ed ha avuto delle conseguenze gravi in Europa e non solo; gli assetti mondiali hanno progressivamente mutato l’orientamento fra est ed ovest trasformando il grande pericolo di una terza guerra mondiale (nucleare) in tante piccole guerre locali, in alcune delle quali proprio la NATO è intervenuta come supporto all’ONU nelle c.d. missioni di pace o con le vere e proprie invasioni giustificate dalla lotta al terrore dopo gli eventi del 2001.

Ho creduto infatti, sin dal novembre del 1989, mentre colpivo quel Muro anche con un processo di minzione che rimarrà nella mia personale storia (in realtà indirizzato allo spettro sovietico di allora) che la disgregazione dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia avesse ridotto anche le ragioni di una Alleanza Atlantica nata per la tutela reciproca fra i paesi membri ma, che, da squisita alleanza militare ha raggiunto un potere politico tale da rappresentare l’elemento condizionante gli assetti politici internazionali.

La Guerra Fredda era ed è stata quindi una importante presenza psichica parallela alla vita ordinaria della collettività dei paesi occidentali, un ombrello protettivo contro un potenziale invasore, identificato nel blocco sovietico, ombrello che nascondeva al suo interno una serie di eventi segreti rinforzati anche dalle stragi di matrice terroristica inserite in una politica di equilibri geo-strategici da mantenere tali fra i blocchi contrapposti, fino a quei fatti invece causati da chi, pur alleato, desiderava rinforzare il sostegno americano verso il proprio paese, mi riferisco in particolare all’Italia e ad Israele.

Stragi che hanno appunto coinvolto dei ragazzini impegnati in politica, chi per vera passione chi per mera omologazione alla moda del momento, fosse anche quella di indossare un eskimo invece che le Clarks e rischiare di finire ucciso solo per questo in un clima di forte influenza politica anche nelle generazioni di giovanissimi.

Le sigle che sin dagli anni settanta hanno caratterizzato l’evoluzione di cui parlo sono quelle riconducibili alle strutture terroristiche di matrice marxista-leninista come le Brigate Rosse (BR), i Nuclei Armati Proletari (NAP), Prima Linea, per citarne le maggiori; contrapposti a quelli di matrice neofascista e con derive ultra-nazionaliste come Ordine Nuovo (ON), Ordine Nero, il Fronte Nazionale (FN), Terza Posizione ed i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) che proprio questi ultimi hanno rappresentato alla società italiana l’immaturità armata col riferimento che ho fatto ai giovanissimi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Allargando il quadro in Europa, vi si trovano altre sigle con ispirazioni marxiste come la RAF in Germania (Rote Armee Fraktion) da noi più nota come banda Baader-Meinhof, le CCC (cellule comuniste combattenti ) spagnole oppure con mire nazionaliste come la già esistente Organization de l’arme secret (OAS) francese o i lupi grigi in Turchia.

Anni durante i quali i movimenti di liberazione hanno catalizzato le simpatie di molti, confondendo spesso quell’ampio panorama del “terrorismo” fra ideali politici puri e desideri di autonomia di un popolo o di un territorio con l’obiettivo di riconquistare la propria indipendenza o raggiungerla anche con la lotta armata e l’uso del terrorismo.

Le organizzazioni palestinesi hanno rappresentato i maggiori eventi terroristici internazionali degli anni settanta, ricordando “Settembre Nero” di Abu Nidal, “Al Fatha” di Yasser Arafat, il “Fronte Popolare per la liberazione della Palestina” di George Habbash per citarne i maggiori nella lotta contro l’occupazione israeliana o la creazione di uno stato palestinese, eventi che hanno pienamente coinvolto il nostro paese come spiego più avanti, mentre in Spagna vi era l’ETA per l’indipendenza dei Paesi Baschi ed anche Terra Llure in Catalogna, la Francia vedeva il Fronte Nazionale Corso, la Gran Bretagna con l’IRA.

Anni durante i quali si sono miscelati gli obiettivi degli uni con gli strumenti degli altri, confondendone le reali intenzioni fino a ridurne l’impatto motivazionale verso l’opinione pubblica nazionale ed internazionale per lasciare spazio solo al risultato delle loro azioni, spesso etero-dirette da chi in essi ingeriva o ne influenzava le operazioni manipolandone gli intenti idealistici e l’uso delle attività terroristiche sia per mantenere un potere che per depotenziarne un altro all’interno di un clima di fragili equilibri da livellare a colpi di bombe.

Capire gli eventi di quel periodo nelle sue precise dinamiche e nei suoi complessi meccanismi, ci consente oggi di comprendere le ragioni della nostra evoluzione politica sin dalla costituzione della Repubblica dopo la seconda guerra mondiale che, come penso, ha il seme originale delle molte stragi ancora impunite che hanno permesso alla politica di raggiungere lo sperato assetto che, dopo il 1994, ha portato il nostro paese ad essere sostanzialmente un mero polo di un interesse sovranazionale e non più un paese liberato dal nazi-fascismo alleato alla NATO che ha avuto sin da allora un importante valore geo-strategico per tutta la Guerra Fredda.

Occorre perciò fare una netta differenza fra il terrorismo “politico” e quello “di liberazione” per capire lo spessore delle ingerenze in esso infiltratesi tanto da rappresentare sia il detonatore di un attentato contro la gente comune che la riduzione della loro potenza nella lotta di indipendenza, riconoscendone da un lato le ragioni e cooptando in un sistema politico organizzato i vari capi, oppure arrestando o uccidendo gli autori materiali di una strage o di un omicidio politico fino a disgregare del tutto una organizzazione terroristica.

Differenziare perciò chi voleva fare la rivoluzione contro il capitalismo e chi desiderava conquistare l’indipendenza o liberarsi da un occupante, permette di capire i motivi di una strage indiscriminata rispetto ad un mirato attentato terroristico.

Sono stato un minorenne in armi, pur se parte dello Stato, manipolabile e forse manipolato, non diverso da chi altrettanto immaturo invece impugnava le armi sotto la guida o la spinta di un c.d. “cattivo maestro” o l’ingerenza di un “servizio deviato”.

Non ho mai creduto all’idea dei “cattivi maestri” come poco credo all’ipotesi di una “deviazione” nelle strutture dei servizi segreti, sono invece fermamente convinto che solo il metodo adottato per raggiungere un obiettivo e la mediazione che si esprime nel minor danno “nel” farlo e nel compromesso “per” farlo, sia il vero quadro di insieme da analizzare per comprendere il ruolo della politica nazionale e sovranazionale di quel periodo ed al processo di cambiamento che ci ha accompagnato ai giorni nostri.

Le azioni dei singoli in un clima del genere sono la personalizzazione di un fatto posto in essere in un panorama più ampio, per questo è importante non personalizzare gli eventi oltre le singole responsabilità per raggiungere il detonatore reale di una strage o di una “deviazione” che ha contribuito ad attuarla oppure a depistarne le indagini.

Lottare contro il capitalismo come per l’indipendenza contro un occupante, ha delle concrete differenze negli ideali originali ma converge nello stesso obiettivo laddove il capitalismo finanzia un occupante o strumentalizza le spinte indipendentistiche o rivoluzionarie e, questo, spiega le ragioni delle commistioni fra le reti terroristiche “politiche” e quelle “di liberazione” all’interno delle quali si è infiltrato il bisogno di mantenere uno “status quo” di un potere economico che ha perduto il senso dei valori per tutelare solo il valore economico del potere, anche gestendo le evoluzioni della politica internazionale.

Per quanto ci concerne abbiamo una valida esperienza in materia di terrorismo, gli anni di piombo lo rappresentano, durante i quali il Caso Moro ha impattato nella opinione pubblica ma non ha ancora permesso alla collettività di capire le ragioni della morte di Aldo Moro oltre la sola apertura a sinistra.

Proprio il Caso Moro spiega anche la gestione del ruolo dell’Italia e quello di Israele nel panorama internazionale caratterizzato dalla Guerra Fredda e dal terrorismo palestinese che ha trovato nel nostro paese ampio spazio di manovra ma anche un monitoraggio costante da parte dell’intelligence di mezzo mondo oltre la nostra, fortemente inquinata al suo interno da un Piano di Rinascita che sarà in parte attuato nella politica italiana a partire dal 1994.

Aldo Moro non è quindi solo un caso italiano, legato alle BR, bensì è un affare internazionale che ha rappresentato un punto di svolta nella politica italiana nei confronti degli alleati e nel compromesso del “male minore” che ha condizionato il futuro politico del nostro paese.

Abbiamo dato, sin dal 1973, ai movimenti terroristici palestinesi ampio spazio di manovra per restare indenni dalle loro azioni, consentendogli dei vantaggi sia nel corso delle loro azioni contro gli obiettivi israeliani ed americani presenti in Italia, sia con la possibilità di espatriare dal nostro paese per non essere colpiti dalle reazioni dei servizi di Israele e degli americani.

Questo è in sostanza il significato del c.d. “Lodo Moro” sul quale ancora vi sono delle analisi per comprenderne appieno i contenuti ma ha ormai raggiunto il valore di compromesso reale e, non più, solo una ipotesi.

Patto contratto dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro (1973) tramite i nostri servizi segreti coi palestinesi quindi, o meglio, col solo FPLP ed i suoi alleati interni, con Arafat e George Habbash ma non con Abu Nidal che era in conflitto con Arafat.

Patto che si è concretizzato negli anni successivi con la firma di una sorta di trattato nella quale è intervenuto il rappresenta in Italia del FPLP.

Naturalmente un compromesso del genere ha richiesto un equivalente soddisfazione per chi del terrorismo palestinese era il principale obiettivo, ovvero Israele e gli USA, per questo,presumibilmente, all’interno della nostra intelligence si sono create le fazioni nelle quali vi era chi tutelava i palestinesi, chi informava il Mossad e chi agiva per conto della CIA.

In realtà abbiamo sempre agito su mandato americano per soddisfarne le esigenze generali e specifiche sin dalla liberazione, sia nel clima antisovietico della Guerra Fredda pur con un potente PCI interno che proprio con Aldo Moro aveva trovato una apertura, che nel sostegno alla tutela dei loro interessi nazionali e nella lotta al terrorismo panarabo prima e successivamente di sola matrice islamica.

E’ importante capire che mentre il nostro paese era ed è parte della NATO, lo Stato di Israele era ed è solo un alleato e non godeva del diritto della mutua difesa, ovvero l’obbligo degli alleati di intervenire in caso di necessità, per cui aveva nel rapporto con gli USA un legame diverso dal nostro.

Ricordo ai lettori che solo recentemente lo Stato Ebraico ha un rappresentante presso la NATO ma rimane tutt’ora escluso dalla mutua difesa e mi permetto di spendere due parole sull’importanza che Israele ha sempre avuto nei confronti di quei paesi della sfera anglosassone, dalla Gran Bretagna agli USA, importanza che supera il solo interesse geo-strategico di quell’area o il contributo alla contenimento del nazionalismo laico arabo e riferisce a quando lo Stato di Israele non era ancora nato e restava nelle speranza di chi ne ha fortemente voluto la creazione in Palestina, ancora ottomana poi protettorato Britannico, parte di quel movimento sionista poi organizzato nel Sionismo dopo il congresso di Basilea e che ha trovato ampia accoglienza anche nel pensiero del sionismo cristiano che individuava nel ritorno nella Terra Santa da parte degli ebrei una profezia biblica, pensiero ben radicato in quei credenti inseriti nei gangli del potere politico.

Debbo fare molta attenzione nel trattare questo tema, che rischia di confondere le differenze esistenti fra il Sionismo, il sionismo generale, il sionismo cristiano e quelle correnti di potere finanziario al suo interno che nel tempo hanno costituito delle vere e proprie “società di influenza” indirizzate non più alla creazione ed alla tutela di uno Stato Ebraico quanto alle convergenze di interessi che sconfinano in una globalizzante politica internazionale coltivata da quello stesso potere economico fortemente caratterizzato da una origine sionista.

Occorre quindi capire chi ha finanziato il Sionismo per sensibilizzare la creazione dello Stato di Israele in Palestina e chi, pur parte del Sionismo, ha invece esteso il proprio potere in modo globale, adottando la politica della conservazione del capitalismo come dottrina per interdire ogni potenziale minaccia ad un proprio interesse, caratterizzato da ciò che rinforza il capitalismo stesso, ovvero il potere economico che sostiene anche quello politico in una reciprocità di interessi ormai diventata cosa unica e, per farlo, ha sempre dovuto mantenere viva anche la fonte di minaccia contro un singolo stato o una convergenza di interessi.

Se l’Italia, con il Lodo Moro, ha avuto la moglie americana e l’amante araba, il capitalismo “a guida sionista” ha sostanzialmente dato vita ad un congruo numero di figli illegittimi, avuti di volta in volta con l’amante occasionale di turno utile alla soluzione del problema del momento, dalla grande minaccia comunista dell’URSS alle mire nazionaliste territoriali dei movimenti indipendentisti e di liberazione.

Analizzare la genesi e l’evoluzione dei vari movimenti arabi di liberazione consente di individuare sia le debolezze al loro interno che il rinforzo verso l’integralismo islamico proprio con la distruzione di un nazionalismo laico arabo, al quale Israele ha contribuito fortemente.

Gli anni di piombo sono un ottimo bacino di riflessione per comprendere il ruolo di influenza del Mossad, della CIA, del KGB nei confronti dei “nostri” terroristi di destra e di sinistra e degli altri servizi europei ed arabi che hanno agito in Italia cosciente che questa era diventata la proiezione del conflitto palestinese-israeliano oltre i confini del Medio Oriente.

Riflettere quindi sul Lodo Moro ci offre oggi la possibilità di capire quanto larghe fossero le maglie di quel compromesso rispetto ai soli interessi di tutelare il nostro paese contro le azioni terroristiche dei palestinesi, maglie allargate non da Moro o dai soli servizi segreti di allora ma da una silente progressiva politica estera clandestina che ha sempre caratterizzato il nostro paese.

Consente inoltre di capire quanto Israele abbia influito nella nostra politica interna, quanto gli USA hanno coltivato per non rendere concreta una apertura a sinistra fino a raggiungere la piena alleanza durante il governo Bush-Berlusconi dopo il 1994 che ha trasformato l’Italia dal paese liberato-alleato ad una agenzia militare americana che ai giorni nostri ha preso piena forma, anche grazie al “credito operativo” che le nostre forze armate si sono conquistate nei teatri contro il terrorismo in Iraq ed in Afghanistan, teatri di invasione, di occupazione o di lotta al terrore che meritano a loro volta una profonda riflessione internazionale per capirne le differenze.

Personalmente, da minorenne armato dallo Stato, sono ormai un uomo adulto Padre di Famiglia, che ha profondamente posto in discussione la propria storia sin dal 1985, trovando in essa le ragioni delle scelte compiute ed i motivi per i quali ho scelto a suo tempo di “lottare” contro chi nel mio Stato ne utilizzava gli strumenti per scopi diversi da quelli istituzionali, lottando di fatto contro lo Stato stesso in quella paradossale guerra che ha visto “la lotta allo Stato in tutela dello Stato” che ha caratterizzato le scelte di chi, in quegli anni, non ha voluto partecipare a compromessi o trattative con chi era responsabile della morte di cittadini innocenti.

La nostra politica è basata sul ricatto dei segreti, dei compromessi, delle promiscue alleanze ma soprattutto sul mantenimento di un potere economico che genera se stesso tramite la gestione del potere politico contro il quale nessuna rivoluzione è utile se, non, quella culturale dell’indipendenza della propria fonte economica, non di una moneta, perchè siamo ormai globalizzati senza punto di ritorno bensì della capacità di produrre benessere in modo indipendente da un capitalismo che ha superato il solo giusto valore del benessere economico, diventando di fatto l’occupante dei nostri pensieri con la paura della povertà, con l’uso del terrore come strumento invasivo dei nostri pensieri così impediti di agire delle azioni autonome ma solo delle reazioni dettate dalla paura.

La paura è l’arma del nuovo terrorismo, oggi disegnato da un integralismo che mira ad uno stato islamico tramite la guerra diffusa in tutto l’occidente che miete vittime innocenti per mano dei vari martiri di turno.

Non ci resta quindi che ribellarci alla nostra paura senza cercare rivoluzioni di sorta, senza organizzare gruppi di liberazione che alla fine hanno la necessità di trovare negli altri le ragioni della propria lotta che si trasforma in odio quando ci indicano un potenziale nemico, ora ebreo, ora arabo, ora clandestino nero oppure il capitalismo tout court senza differenza fra benessere economico e soldi colorati di sangue.

Siamo globalizzati a tal punto che dovremmo rinunciare ad ogni vantaggio quotidiano per non essere complici della morte o dello sfruttamento di chi, lontano, vive in carestia oppure è ucciso per mano di qualche gruppetto di ragazzini africani pieni di chat ed armati riuniti in una qualche sigla rivoluzionaria contro il dittatore di turno, messo al potere solo per firmare la concessione di qualche giacimento utile a mantenere lo status quo di un potere finanziario che si regge sulla storia della guerra, la quale ci insegna che sono sempre i poveri a combattere per i ricchi.

Cerchiamo, almeno, di restare ricchi di intelligenza e di autonomia di pensiero, altrimenti diventiamo solo dei kapò di noi stessi…

F.P.