“con la mente fregiata”. Riflessioni sulle complicanze traumatiche del ritorno alla vita civile da parte degli ex militari…

16 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
“con la mente fregiata”. Riflessioni sulle complicanze traumatiche del ritorno alla vita civile da parte degli ex militari…

 

Recentemente ho avuto modo di leggere un rapporto informativo di tanti anni fa redatto sul mio conto da parte di un organo di intelligence, che adombrava una qualche mia “frustrazione” dopo aver interrotto la carriera militare che avevo iniziato a 16 anni presso la scuola sottufficiali dell’esercito.

In quel documento si è voluto strumentalizzare le complicanze che un soldato vive nel momento in cui deve ri-addattarsi alla società civile dopo aver trascorso alcuni anni in uniforme e specialmente in quei reparti più d’azione, con una mentalità quindi “operativa” e non “panzerottiana” come si diceva un tempo per indicare la differenza fra “chi ci credeva” e gli scansafatiche dediti solo ai vantaggi della busta paga statale ed agli intrallazzi di opportunità.

Alcuni anni or sono, di fronte ad una autorità giudiziaria antimafia ho potuto confrontarmi coi contenuti di quella informativa, riconoscendone la verità sotto il profilo della frustrazione nei modi che di seguito spiego e, allo stesso tempo, evidenziandone la valenza denigratoria ed il mendacio strumentale contro ogni potenziale vantaggio testimoniale avessi eventualmente potuto rappresentare per le autorità procedenti talune indagini storiche, mirate contro dei militari e gente dei servizi.

E’ assolutamente vero che il primo nemico per un ex militare è rappresentato dalla frustrazione alla quale o si impara ad esserne tolleranti e, quindi, capaci di elaborarne le complicanze o, purtroppo, se ne diventa preda finendo nel limbo dell’influenza traumatica col rischio di vedere la propria vita condizionata dalle escursioni di una intolleranza che possono causare dei seri problemi sotto tanti profili.

Ho portato e porto il mio esempio, perchè la mia storia contiene dei confronti utili per comprendere i meccanismi e le dinamiche di quanto parlo, ivi comprese le sofferenze, motivo per cui tendo ad offrire serietà agli eventi quando leggo una sommaria banalizzante informativa che tratta quel periodo, per giustificare delle false accuse che portarono al mio arresto per i fatti del 1986 e per ridurre quanto ho poi attivato per dimostrare la mia innocenza tramite delle indagini personali negli ambienti militari in cui ero inserito, finendo così in quei fatti di Stato molto più grandi di me che ancora oggi, dopo oltre trenta anni, mi vedono di tanto in tanto chiamato a rendere testimonianza.

Per far capire a chi legge quel che intendo dire, uso generalmente invitare a fare una inversione di ruolo e ad usare l’immaginazione per comprendere la realtà di un vissuto psicologico ed emotivo, senza riferimenti alle indagini giudiziarie ma restando ancorati proprio al vissuto personale nelle sue dinamiche psicologiche e relazionali che offrono così un confronto collettivo di interesse.

Oggi sono un uomo adulto che ha superato i 50 anni anagrafici, marito, Padre, maturo abbastanza da porre in discussione le proprie scelte storiche ed attuali e sereno nel riconoscerne sia la bontà che gli errori.

Immaginate invece di avere nel maggio del 1984, non ancora 16 anni di età e di aver marinato la vostra scuola superiore di Livorno per recarvi al distretto militare di Pisa con lo scopo di arruolarvi nelle forze armate.

Provengo da una famiglia del tutto ordinaria, genitori emigrati da Tarquinia e giunti a Livorno nei primi anni sessanta, mio Padre in vita lavorava nell’ambiente del porto di Livorno e della darsena toscana, mia madre casalinga; entrambi con una cultura radicata alle scuole dell’obbligo durante il fascismo e poi verso le opportunità pratiche del dopoguerra per ricostruirsi una vita dopo aver vissuto il dramma del conflitto mondiale.

Sono cresciuto in un quartiere popolare come quello di borgo cappuccini, nel corso degli anni settanta, nel paradosso di bere la spuma al “partito” così era chiamato il bar del circolo del PCI di borgo cappuccini e di frequentare la parrocchia della chiesa distante pochi passi, in cui giocare a calcio nella squadretta locale scoprendo così che ero un bambino al quale non piaceva molto il calcio.

In realtà debbo ringraziare lo sport della Lotta Libera ed i lottatori storici di quel gruppetto dei maestri Romanacci e Buldrassi se ho potuto vivere il più bel periodo della mia evoluzione, come tale lo ricordo, sin da quando non esisteva ancora la palestra di lotta ed attendavamo che le ballerine finissero i loro esercizi nella saletta sopra il bar dell’arena astra, questo in una squadra che ha dato molto alla Lotta Libera e Greco Romana in quegli anni.

Ho iniziato a lavorare come garzone di bottega quando avevo 7 anni fino a tutte le scuole medie, si diceva per imparare il mestiere allora. Lavoravo per un anziano artigiano con cui spingevo un carretto a pedali di quelli col cassone di vetro dal quale vendevamo dei dolci detti i “chicchi” ed altre cose ai bambini che venivano in visita all’acquario di Livorno, ai tifosi della squadra amaranto fuori dallo stadio quando il Livorno giocava in casa e soprattutto ai “bimbi scemi delle colonie” lungo la spiaggia che dal Calambrone portava a Tirrenia in cui vi erano all’epoca numerose colonie di origine fascista, allora usate dalle varie associazioni ed enti dopolavoristici fra le quali anche quelle in cui erano ospitati dei ragazzini disabili che, purtroppo, al tempo venivano definiti fra l’ignoranza popolare ed il sarcasmo livornese come appunto “bimbi scemi delle colonie”

Forse questo è uno dei motivi che mi ha portato poi a qualificarmi anche come educatore e dedicare molto tempo ai disabili fisico-motori, intellettivi e relazionali.

Questo ero, quando il cavaliere maresciallo aiutante di battaglia del distretto militare raccolse la mia domanda per l’ammissione al concorso per il 58° corso allievi sottufficiali dell’esercito.

Superate positivamente tutte le varie prove psico-attitudinali e le progressive visite mediche, nel febbraio del 1985 ho indossato l’uniforme e sono entrato ancora infra-sedicenne nel mondo della carriera militare.

La scuola sottufficiali di Viterbo aveva nel 58° corso il progetto sperimentale che ne allungava i tempi di formazione, dai sette mesi precedenti ad un intero anno, scelta propedeutica per gli attuali protocolli formativi in quella che oggi si chiama scuola marescialli.

La dottrina militare ha quindi avuto una forte influenza nell’uniformare gli allievi, provenienti da tutta Italia e con esperienze ed età diverse, la fascia anagrafica rimbalzava fra i pochi minorenni, noi del ’67-’68 e chi era nato nella seconda metà degli anni cinquanta ed i primi anni sessanta, fra i quali alcuni reduci della missione italiana appena conclusa in Libano, quella di Angioni, Pertini ed il piccolo Mustafà.

Come alcuni magistrati hanno evidenziato, la mia è stata una carriera singolare, perchè invece di acquisire nei gradi li perdevo e nel corso di quattro anni, ovvero dai miei sedici ai miei venti anni, sono stato protagonista di alcune esperienze ancora oggi al vaglio della magistratura.

Ho subito infatti tre diversi arruolamenti e tre diversi congedi, la morte di un figlio avuto da una soldatessa americana mentre ero in stato di prigionia, mi hanno messo infatti per 77 giorni in un supercarcere, ed una serie di eventi militari che mi hanno incluso nella rosa dei sospettati di aver partecipato agli eventi della falange armata.

Il primo congedo accade poche settimane prima della fine del 58° corso sottufficiali, eravamo agli sgoccioli del corso in attesa della nomina a sergenti, tutti quanti ormai sereni di aver raggiunto la fine dopo un faticoso periodo di formazione con l’impronta di un comandante della scuola, appena rientrato dal Libano, deciso e “mitico” tanto che Oriana Fallaci in suo libro che trattava gli eventi libanesi lo descrisse come “cavallo pazzo”.

Fui prosciolto a causa di un certificato medico poi risultato falso, che attestava un problema cardiaco inesistente ma tanto bastò per essere rispedito alla vita civile nel giro di un giorno.

Quello fu il primo impatto con il termine frustrazione, che desidero ben descrivere nell’esperienze che ho vissuto prima di essere richiamato alla scuola sottufficiali dallo stesso comandante, dopo che fu accertato l’errore medico.

Lo Stato mi aveva accolto da minorenne, formato all’uso delle armi da fuoco, al tempo coi proiettili veri ed il colpo in canna, delegato di servizi armati ed anche di ordine pubblico durante le votazione del 1985 ma paradossalmente dovette prima informare mio Padre per lasciarmi partire da Viterbo, perchè ero ancora minorenne al momento del primo congedo.

Tornare all’improvviso a casa, in un mondo civile dal quale ero uscito un anno prima vivendo appieno la cultura militare e la sua forte influenza formativa e psicologica, è stato effettivamente frustrante sia perchè non si torna civili solo per essere stati congedati con un ordine superiore, sia per il tempo richiesto dalla mente di comprendere gli eventi ed adattarsi agli stessi.

Avrei potuto considerare il tutto come una cattiva esperienza e riprendere il corso della vita di un diciassettenne come tutti gli altri, come in molti mi consigliavano di fare ma non ero più come tutti gli altri miei coetanei che avevano continuato il liceo, le scorribande sui “ciaini” o le giornate al mare e con le ragazze di classe, ero un ragazzino adultizzato con la mente fregiata dalla formazione militare protesa ad entrare nei reparti paracadutisti, non un “panzerotto” in cerca di un posto fisso.

Ero ferito per quanto patito, non solo per il falso certificato medico che potei poi dimostrare tale ed essere ri-arruolato d’ufficio, quanto nella perdita di una identificazione feroce col reparto, coi colleghi e soprattutto con quel me stesso in piena evoluzione adolescenziale che, proprio durante il periodo in uniforme, aveva raggiunto le prime esperienze tipiche di quel periodo di maturazione, compreso quelle con le donne adulte che gravitavano nei circuiti dei militari e non con la compagna di classe della scuola.

Mi sono quindi ritrovato ad essere un minorenne che più nulla aveva in comune coi coetanei, nulla da condividere coi civili che fra l’altro mi imputavano di essere un fascista perchè mi ero avvicinato al “fronte della gioventù” nel periodo in uniforme.

Ci si scopre vulnerabili non tanto alla solitudine quanto all’isolamento, alla perdita di quel forte senso del gruppo che si crea fra persone che sposano un comune ideale, un comune sacrificio, specialmente se tutti provenienti o indirizzati verso i reparti di azione come lo eravamo in quel ristretto gruppetto nel 58° corso.

Il tornare in servizio non migliorò la situazione, perchè fui inserito in un dispositivo diverso dall’ordinaria carriera di reparto e dopo l’esperienza nei paracadutisti della Folgore raggiunsi prima la licenza illimitata durante la quale scattarono i ferri ai polsi e fui fatto prigioniero. Su quel caso scriverò un futuro articolo per comprendere l’assurdità di incarcerare un diciannovenne incensurato a due anni di distanza dai presunti fatti denunciati, giustificando la prigionia come custodia cautelare per pericolo di fuga col paradosso di vedermi descrivere come un “nullafacente” mentre ero in servizio nei reparti dello Stato ma, come ho detto, ne parlerò in un altro articolo.

Immaginate ora di avere venti anni di età e di sentirvi dire che siete liberi, di nuovo liberi di uscire e di affacciarvi alla vita civile.

Venti anni e prendete coscienza di aver vissuto nei quattro anni precedenti immerso in un ambiente militare della Folgore e di Camp Darby, di essere stato ingiustamente fatto prigioniero sulla firma di un mandato di cattura da parte di un giudice che sarà egli stesso arrestato e condannato definitivamente come un magistrato corrotto.

Parlare di inserimento nella vita civile in questi casi, forse singolari ma comuni nei tratti psicologici ed emotivi a molti reduci ed ex militari, significa esporre la propria mente ai traumi patiti ed alla frustrazione costante, ad iniziare dal non sentirsi più parte di nulla in cui riconoscersi, non più un civile e non più un militare, sospesi in un limbo, aggravato da più fattori nel mio personale caso.

Occorre quindi un potente radicamento a se stessi, ma si è un se stessi in evoluzione se hai 16 anni e ti ritrovi a venti a dover comprendere che cosa hai vissuto nel corso di quattro terribili anni, durante i quali sei stato uno strumento militare a disposizione di chi gestiva un dispositivo meno ortodosso ed un civile che doveva dissimulare di essere stato un soldato per non creare problemi di scontri politici e ideologici in una Livorno al tempo ancora rossa fino al midollo.

Soprattutto se la tua onestà, la purezza dell’onestà è stata sporcata da delle false accuse scritte in orari di ufficio ministeriale, a causa delle quali ti hanno messo dentro una gabbia e chiesto di “fare la spugna” nel frattempo.

La frustrazione stimola le tipiche reazioni all’intolleranza, anche violente, anche verbalmente feroci contro un “qualcosa” che non solo non comprendi ma che non riesci ad identificare fisicamente anche in favore di chi vorrebbe capire quel che ti è successo, estraneo a quell’ambiente e per il quale alla fine il distacco rappresenta anche una forma di difesa da degli eventi grandi, poco chiari e sostanzialmente lontani dalla sua vita civile.

Il fregio di reparto diventa così un polo identificativo importante, l’unica fonte di radicamento ad un se stessi sfregiato dagli eventi, l’ancora di certezza della propria onestà, della propria forza, delle proprie capacità umane e professionali, col rischio di affondare però, sotto il peso di quell’ancora.

La ricerca anche di un semplice motto, di uno stemma di reparto, diventa importante non solo per il simbolismo militare di radicamento ma come strumento elaborativo del trauma patito che, se visto dall’esterno, si osserva solo un ex militare che si “impecetta” il giubbotto di una simbologia militare o calza gli stivaletti da lancio, in un periodo in cui non c’era ancora la moda dell’abbigliamento militare come quello attuale e tutto si concludeva col classico “scemo di guerra” per capirci.

L’altro rischio era rappresentato di finire dentro il reale circuito degli “scemi di guerra” caratterizzato da un elevato indice di frustrazione ma sono stato fortunato grazie ai miei parenti, che lavoravano dentro l’ufficio militare dell’ambasciata americana di Roma, grazie ai quali ho conosciuto i loro capi sin dal 1985 ed ho potuto essere così inserito negli ambienti di Camp Darby in cui sono sempre stato psicologicamente un militare anche durante i brevi periodi di transizione fra un congedo ed il successivo arruolamento.

L’esperienza della prigionia, fortemente traumatica per un ragazzino di 19 anni, mi permise di capire di avere altre risorse “operative” e non solo militari sotto il profilo psicologico ed è da quel momento che ho scelto di essere e restare solo, ovvero di non avere amicizie o vincoli di alcun tipo.

Continuai a collaborare nel settore della sicurezza privata, soprattutto all’estero nei paesi bellici e post bellici ed anche su delega delle vari autorità giudiziarie italiane una volta rientrato in Patria, in ausilio alle indagini di polizia giudiziaria, ovvero facevo il lavoro per il quale mi ero formato sin dai 16 anni anagrafici.

Contestualmente iniziai il percorso di studi nel settore delle attività sociali che conducevo come volontario e istruttore sportivo per disabili, divenni un educatore ed ho partecipato a numerosi progetti per gli ex detenuti, per i disabili e per la tutela dei minori fino a diventare un consulente di parte nei processi civili e penali.

Il mestiere del soldato non è solo un lavoro ma una vera e propria identificazione nello stile di vita che caratterizza l’essere un militare.

Sono un soldato e non faccio il militare di mestiere diranno coloro che credono nei valori del proprio impiego in favore dello Stato, coscienti dei tantissimi doveri da rispettare talvolta anche a costo della propria vita.

Ho incontrato nella mia esperienza la strumentalizzazione di chi vestiva una uniforme ma non era un soldato, panzerotti di ogni ordine e grado privi di valori ma meri vincitori di quel concorso che gli ha permesso di avere un alibi istituzionale e di abusare dei vantaggi sotto tanti profili.

Non so se è stato così anche per gli altri ma il mio essere stato un soldato mi ha consentito di superare delle prove terribili, come la prigionia che è molto peggio di un teatro ad alto rischio nel quale comunque esprimi quanto vali, dentro una gabbia sei solo un cane senza nemmeno il diritto di abbaiare.

Soldato d’azione non di un reparto militare come i paracadutisti ma di quella guerra che stavo conducendo contro chi, nello Stato, rappresentava il simbolo di un abuso che poneva in essere per le ragioni poi approfondite dalle varie autorità giudiziarie e politiche procedenti le tante inchieste nel corso di questi decenni.

Soldato di me stesso, combattente delle mie esigenze di dimostrare da un lato la mia totale innocenza e di restare innocente nel dimostrarla, perchè gli ambienti in cui ho lavorato, fra quelli militari e cosiddetti spionistici contenevano sia coloro che avevano un ruolo per aiutarmi sia coloro che rappresentavano il marcio che progressivamente è venuto a galla, non tutto ancora.

Un reduce di una esperienza bellica, un ex militare di carriera, sono soggetti ad un forte stimolo traumatico quando si distaccano dal loro radicamento identificativo e tale, e potente, lo è proprio una esperienza ad alto rischio ed un reparto militare di azione.

Sono esperienze che consentono di esprimere appieno tutte le risorse interne ed esterne di una persona, non è solo adrenalina, lo è per chi non riesce a compensarla con l’intelligenza e col vivere sereno, tanto da restarne dipendente entrando così in un circuito di frustrazione pericoloso.

L’intelligenza, lo studio, la cultura sono risorse che permettono di andare e guardare avanti, senza restare vincolati ad una ancora identificativa che prima o poi ti porta a fondo.

Un ex militare di questo tipo è un catalizzatore importante, perchè ha un carattere deciso, è fisicamente dotato, ha competenze pratiche ed operative spendibili anche nella vita normale e per questo rischia di diventare “un personaggio” contro il quale occorre fare attenzione, proprio per non cadere nel circuito della frustrazione.

La tolleranza alla frustrazione la si dimostra appieno quando nonostante le delusioni ed i tradimenti da parte di chi rappresenta lo Stato, si rimane fedeli al valore di onestà e correttezza, alla proprietà individuale di questi valori collettivi, anche quando tutto ti spinge a manifestare il dolore, la rabbia e le sofferenza patite.

Tollerare la sofferenza è l’unica possibilità di crescere e superare il vincolo al rancore, al bisogno di rivalsa, alla necessità di ritrovare un se stessi interrotto dai traumi patiti.

Questo anche senza essere stati dei soldati…

F.P.