capire lo scopo di quelle chirurgiche false accuse, sulle quali nessuno ha mai indagato…

30 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
capire lo scopo di quelle chirurgiche false accuse, sulle quali nessuno ha mai indagato…

Il “caso Piselli” come lo ha ribattezzato un amico giornalista è la storia delle mie esperienze con gli apparati dello Stato e con la Giustizia a partire dalla metà degli anni ottanta, sostanzialmente da quando ero in carriera militare, anche se il mio nome è stato reso noto dagli organi di stampa nazionali nel 2007 a ridosso delle vicende collegate alle indagini sulla tragedia del Moby Prince.

In realtà la mia storia inizia alcuni anni prima di quel terribile evento, che ho vissuto e partecipato sia come operatore del soccorso che successivamente come testimone quando la ricerca delle mie ragioni per gli eventi del 1986 mi hanno converso nello stesso filone investigativo che mirava alle presunte con-cause della tragedia del Moby Prince avvenuta nel 1991, ovvero gli ambienti americani di Camp Darby e quelli militari italiani della Folgore e della Somalia.

Proprio nel corso degli interrogatori come persona informata sui fatti ai quali ero sottoposto dalla Procura di Livorno, sono giunte delle accuse contro di me dalla Procura di Verona, a causa delle quali mi furono sequestrati tutti gli strumenti elettronici fra computer, telefoni e memorie esterne, oltre ad una ampia documentazione cartacea e di altra natura riguardante non un periodo temporale specifico bensì tutto quanta la mia vita professionale e personale, atteso che quelli erano gli strumenti del mio lavoro ed i loro contenuti oltre ai documenti cartacei abbracciavano degli eventi datati sin dal 1985.

Ero stato accusato di aver condotto delle illecite intercettazioni e successivamente anche di violazione di segreto di ufficio.

Questo mentre di mestiere svolgevo delle intercettazioni come consulente in ausilio alla polizia giudiziaria delle varie procure italiane, prestavo inoltre delle consulenze di parte all’interno dei procedimenti e dei processi civili e penali, accuse quindi chirurgiche e mirate nel mio settore lavorativo.

Un consulente incaricato da una autorità giudiziaria per collaborare in ausilio alle indagini di polizia giudiziaria, ha come requisito base il rapporto di fiducia con il committente oltre ad una serie di variabili strettamente vincolate al rispetto delle attività investigative in ogni loro espressione.

Allo stesso modo un consulente di parte che riceve la nomina da uno degli avvocati di un procedimento penale, ha il dovere non solo di fedele consulenza ma anche di riservatezza delle notizie investigative che saranno riversate in un eventuale processo.

Se questi riceve le accuse di aver presumibilmente condotto delle illecite intercettazioni e di aver violato un segreto di ufficio, è probabile che i requisiti di fiducia e di affidabilità siano venuti meno per poter continuare quella professione, infatti anche sotto il profilo della prudenza si tende a non incaricare o nominare più quel consulente.

Questo è un passaggio importante per comprendere il significato del confronto che intendo offrire con questo articolo, perchè ancora una volta sono delle false accuse che assumono un ruolo decisivo nell’inquinamento delle indagini ed incidono gravemente nella vita personale, come già avvenuto in passato laddove ho ricevuto lo stesso trattamento in almeno altre tre occasioni a partire da quando ancora indossavo l’uniforme.

Per aiutare chi legge disegno ora il quadro della situazione dei fatti nel momento in cui qualcuno sviluppa la comunicazione della notizia di reato che giustificherà quelle false accuse, ovvero nell’ottobre-novembre del 2007.

Siamo nel periodo in cui la Procura di Livorno dal 2006 ha ri-aperto le indagini sulla tragedia del Moby Prince su stimolo del Dottor Carlo Palermo che suggerisce di indagare la presenza di alcune navi militarizzate nella rada di Livorno ed offre altre indicazioni investigative mai prima coltivate dalle autorità inquirenti.

Nel settembre del 2007 mi trovo in Libano per condurre sia delle ricerche personali per il fatti del 1986 sia in collaborazione con un funzionario federale americano.

Prima di partire per Beirut sono chiamato da un PM della procura di Livorno che è parte del pool formato ad hoc per le indagini Moby Prince, per fatti diversi dalla strage, il quale nel corso dell’interrogatorio mi chiede alcune notizie sulla possibilità che quanto accaduto nel 1991 possa aver lasciato una qualche traccia elettronica in qualche ufficio militare, nel rispondere a quel quesito suggerisco sia al PM che al commissario di polizia che lo coadiuva di “starmi dietro” perchè nei due giorni successivi mi sarei incontrato con questo funzionario federale americano, il quale avrebbe potuto fornire delle notizie più specifiche sulle loro attività spionistiche la sera della tragedia del Moby Prince.

Sia il PM che il suo ufficiale di PG erano quindi resi edotti delle attività che mi accingevo a svolgere in Libano e con questo federale americano, prima di partire per Beirut, come ben sapevano delle ricerche che stavo conducendo per i fatti giudiziari che mi avevano reso protagonista nel 1986, ero inoltre un soggetto ben noto negli ambienti di polizia livornesi, anche perchè coadiuvavo le intercettazioni per quella stessa procura e le varie aliquote di PG del territorio di sua competenza oltre alle altre AG italiane.

Al ritorno dal Libano, ove accaddero degli eventi che coinvolsero gli apparati di intelligence italiani ed americani, ricevo alcuni contatti da parte di ex colleghi militari italiani che mi prospettano delle informazioni che indirizzano verso Camp Darby e gli ambienti militari italiani del periodo compreso fra il 1985 ed il 1994, potenzialmente utili per i miei interessi ma anche per le indagini condotte dalla procura di Livorno perchè vi erano delle informazioni complementari alla loro ricerca, motivo per il quale inoltro alla stessa un sunto informativo tale da stimolare le loro ricerche verso quegli stessi ambienti e singoli datati fatti.

Conoscendo il tasso di inquinamento degli ambienti livornesi, decido di informare contestualmente il Dottor Palermo, col quale vi saranno degli incontri e che mi interrogherà ad ogni effetto di legge.

Nel corso e poco dopo questi interrogatori avvenuti nel suo ufficio di Tento, una rivista nazionale, Panorama se non ricordo male riferiva un incontro fra Giulio Andreotti e gli inquirenti livornesi, infatti pubblicò un articolo che sostanzialmente trattava gli stessi identici temi che stavamo coltivando e questo fatto creò un attrito con quegli ex colleghi militari con cui mi stavo interfacciando e con chi, in Camp Darby, sembrava essere propenso a fornire delle notizie testimoniali che il Dottor Palermo intendeva raccogliere in modo tale da essere spese tecnicamente nell’indagine della procura di Livorno sulla tragedia del Moby Prince.

Dopo quell’articolo dovemmo accellerare la raccolta delle testimonianze di un mio ex collega e del suo riferimento a Camp Darby ma intervenne una squadra di quattro soggetti che interdì l’incontro, la mia auto finì in fiamme tanto che si parlò di “attentato” rispetto che una più semplice aggressione ma non mancarono le fonti confidenziali che suggerirono che mi ero dato fuoco da solo.

Pochi giorni dopo giunsero le false accuse ed una immensa mole di fango che ancora incide sulla mia vita.

Sono riuscito con molta fatica ed in condizioni difficili a dimostrare essere infondate quelle accuse, dopo oltre cinque anni di procedimento penale, troppo tardi per tutto in realtà, perchè nulla si è salvato di quelle attività in allora condotte, il materiale sequestrato partì coi sigilli e giunse senza, un computer non è mai stato più trovato e sostanzialmente fu fatto tanto rumore per nulla ma raggiunse lo scopo di de-legittimare la mia credibilità testimoniale ed interrompere ogni incarico che avevo con le autorità giudiziarie, utilissimo per me sia sotto il profilo strettamente lavorativo ma anche e soprattutto perchè “dall’interno” avevo modo di meglio approfondire delle ricerche sui fatti degli anni ottanta che mi avevano riguardato; ricerche mirate contro degli appartenenti ai reparti dello Stato e non contro dei civili.

Nella ridotta possibilità di accedere agli atti di Verona, poi in realtà trasmessi a Livorno e sui quali ci misero le mani più polizie e più procure fra le quali quella militare, potei acquisire delle informazioni che mi lasciarono perplesso si motivi fondanti quelle false accuse.

Non c’era una fisica parte offesa ma erano state analizzate delle attività che avevo condotto nel 2002 relative ad un procedimento penale proceduto dalla procura di Verona, in cui ero stato nominato consulente, nel corso delle quali ascoltando i colloqui telefonici ed ambientali della parte che mi aveva incaricato, emersero delle notizie che furono inoltrate alla procura di Livorno per il seguito di competenza, atteso che si ipotizzavano dei fatti penalmente rilevanti posti in essere da operatori di qualche ufficio di sicurezza o di polizia in Livorno ai miei danni.

Faccio presente che in quel periodo, primi anni duemila, accaddero dei fatti che portarono una decina di anni dopo alla condanna definitiva di un operatore di polizia in servizio a Livorno, per aver commesso un reato contro di me, motivo per cui furono inoltrate quelle registrazioni alla procura di Livorno.

Registrazioni che, guarda caso, nel novembre del 2007 emergono come “illecite intercettazioni” sotto la regia di una manina potente, tale se capace di gestire dei fascicoli penali datati presenti in procure diverse, che produsse la polpettina avvelenata per staccare il Piselli dalle intercettazioni e per porgli il pesante fardello estorsivo rappresentato ancora una volta da una chirurgica accusa penale.

A queste accuse si aggiunsero, per motivi a me ancora oggi ignoti, le accuse di “rivelazione di segreto di ufficio” che caddero insieme alle prime dopo oltre cinque anni di tortura, rappresentata non solo da queste false e chirurgiche accuse ma da tutto il seguito offerto dallo spessore nel quale si incorniciavano, ovvero l’indagine Moby Prince, con la conseguenza che non potei più svolgere il mio lavoro, oltre alla semina di un pregiudizio sociale che ha inciso sulla mia vita di tutti i giorni.

Ritengo importante comprendere che quanto sopra non è stato uno sfortunato isolato episodio, bensì ha seguito e si è ricollegato ad altre false accuse che avevo ricevuto nel corso dei precedenti decenni, tutte caratterizzate da una manina interna capace di gestire sia le informazioni ad accesso ristretto che coordinare altri operatori evidentemente con un indice di influenza idoneo a sviluppare una falsa accusa in tal senso, anche con la manipolazione di soggetti estranei a questi uffici che a vario titolo avevano interagito con me.

Vi è una ampia storia di questi fatti, fra i più gravi non posso dimenticare le accuse che mi furono indirizzate mentre svolgevo delle attività specificamente mirate alla tutela dei minori contro la pedofilia, ovvero fui accusato di aver condotto delle presunte attività di “commercializzazione di materiale pedopornografico” che finirono nel nulla poco tempo dopo ma giustificarono, anche in quel caso, una lunga ed ampia perquisizione che trovò eco non solo nei soggetti presenti nel grande centro ove erano i miei uffici ma anche il tam tam popolare che fece da cassa di risonanza di quelle infamanti accuse, nate da una telefonata confidenziale, senza una fisica parte offesa quindi, col risultato che tutto il lavoro crollò in poche settimane, la società che gestiva il centro fallì e l’eco di quelle accuse mi ha seguito per molto tempo, anche mentre svolgevo degli incarichi come consulente ausiliario di polizia giudiziaria e come consulente di parte.

Ben prima di queste vi sono stati altri episodi simili sempre caratterizzati dalla chirurgia delle false accuse, tutte riconducibili dalla loro successiva analisi, agli stessi ambienti interni allo Stato ed alla stessa manina su cui ho chiesto con tutte le risorse di legge di indagare, estendendo questa richiesta anche alle autorità politiche dopo che sono stato coinvolto in fatti che riguardavano anche la politica.

Ad oggi, salvo qualche informale notizia ricevuta da degli ex colleghi, non ho mai avuto nessun ufficiale risultato da parte sia delle AG che dei Ministeri coinvolti.

L’uso strumentale ed estorsivo della notizia di reato, da parte di chi vi lavora dentro, è una risorsa sovente utilizzata per interdire un potenziale testimone, tele ove questi denuncia un fatto patito, soprattutto per minarne la credibilità e per porlo in quel limbo del sospetto che giustificherà la presa di distanza degli altri anche come forma di prudenza per non esserne coinvolti; un ombra sulla sua affidabilità, sulla sua onestà, sulla sua persona che in ogni caso raggiunge lo scopo, offerto sia dal tempo impiegato per dimostrare la falsità delle accuse sia per il pregiudizio sociale che inevitabilmente si sviluppa.

E’ una vita fatta a pezzi, perchè ancora oggi mi trovo costretto a sostenere il dito puntato da parte di chi conosce la natura delle accuse ma non ne conosce l’esito nella loro infondatezza, allo stesso modo da parte di chi legge il mio nome in rete, sui libri o sugli atti giudiziari ma non ha il quadro completo degli eventi, ove un solo tassello ne cambia radicalmente l’interpretazione.

Potrei disinteressarmi a tutto questo, popolarmente si dice “fregatene”, se vivessi nell’agiatezza mentre invece vivo di lavoro a contatto con la gente, con la cosiddetta opinione pubblica, ove un pregiudizio in tal senso rimane un elemento discriminante la possibilità o meno di coltivare una attività lavorativa che conduco insieme alla gente comune, non più con le autorità giudiziarie e nei tribunali.

Peggio ancora ove i fatti storici in cui sono coinvolto sono ancora oggi attuali, perchè parte di nuove ed annose indagini che echeggiano nella mia vita quotidiana di uomo, di cittadino, di marito e di Padre.

Una falsa accusa non ha il solo scopo di interdire una persona, se questa rappresenta un pericolo per qualche affare poco pulito dentro gli apparati dello Stato, ha il terribile valore del pregiudizio sociale, è la causa di una sorta di “trauma da falsa accusa” che nel mio caso, dopo averne ricevute ben più di una, mi impone inevitabilmente un livello di attenzione costante, anche di preoccupazione ove evidenzio un rinnovarsi delle indagini nei fatti in cui ho assunto l’ufficio di testimone per esempio, testimone contro le magagne di chi si nasconde in quegli apparti interni allo Stato.

Gli stessi da dove si sviluppano queste false accuse…

F.P.